Alle Murate c'era festa ieri: Sir Sandro Joyeux.

IMG_8674.JPG

Ultimamente ​​quando si sente parlare di "clandestini", di "immigrati", siamo soliti sentir parlare di disagio, di bisogno di integrazione si, ma meglio se nei loro paesi, di gente che reputiamo lontana da noi anni luce.

Bene dimenticate tutto questo; prendete un naif parigino, con la passione di strimp

ellare strumenti fin dall'età dei denti di latte, che a 18 anni ha preso la sua chitarra ed è salito su un treno per Firenze, dove conosce suo padre. Poi riparte. Ma non a caso, raggiunge quel continente che sognava fin dai tempi nei King Root's (band reaggae parigina nella quale suonava), la sua amata Africa.

Il Marocco lo segna profondamente: assiste a “trance Gnawa”, impara le prime parole in arabo ma la grande scoperta è l’Africa nera con Boubacar Traore, suo idolo. Trovare gli spartiti è impossibile, così Sandro studia ad orecchio il repertorio del cantautore maliano e inizia ad appassionarsi alla musica del West Africa, a familiarizzare con i dialetti africani. Diventa uno di loro, e si esibisce con artisti come Salif Keita, Youssou N’dour, Amadou e Mariam ( cantautori ormai noti anche da noi)

La sua storia è grande, ha lavorato poi con Toni Esposito per il "Tutta n’ata storia tour" accompagnando Pino Daniele, ha rapito i suoni pizzicati in Salento con Eugenio Bennato fino al gran palco del I Maggio a Piazza San Giovanni a Roma dove è stato la rivelazione per molti.

Ecco adesso posso raccontarvi un po' meglio l'esperienza vissuta ieri sera: Sandro è un ragazzo dagli occhi molto dolci e profondi, l'anima di chi fa musica di solito è sempre un po più "umana" perchè si vive di emozioni, di sensazioni che la vita ti riversa addosso per trasformarle in poesie da raccontare. Ma lui lo fa senza accorgersi, ti guarda e ti trasmette una bella luce, pulita.

Parla poco, sorride tanto. Lui fa ancora quella musica suonata, sudata.

Il suo viaggio inizia dal Senegal, passa per il Congo, Guinea fino al Pakistan, trattando il deserto del Sahara in una ballata mistica, dove il rumore della sabbia sembra sentirlo davvero. Ti fa saltare con un misto ska, ci mette il suo amate raggae jamaicano, la sensualità di una chitarra acustica ed i ritmi un po tribali che non ti fanno stare ferma sulla sedia.

La sua musica fa bene al cuore; la piazzetta davanti alle Murate piano piano si è fatta gremita di giovani, di anziani e di curiosi che non hanno resistito al ritmo afro-beat del menestrello parigino.

C'erano etnie e colori di pelle diversi tra loro, ma con la stessa allegria e spensieratezza negli occhi di tutti.

Vedevo soddisfazione profonda negli occhi di chi su quel palco non ci sta per la fama ma per riuscire in una missione: l'integrazione tra popoli, lo scambio di culture e di partecipazione comune per un unico obbiettivo.

La musica come dice lui è una missione. il viaggio è il mezzo, per questo chi suona non puo fermarsi in un posto unico, perchè quello che rende davvero liberi è la cultura, è la vista verso il mondo a 360°.. e la condivisione di questo con tutti e non solo con alcuni.

Il videoclip del singolo “Elmando” esce per esempio, con il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) di cui lui è testimone; tra Giugno e Luglio 2015 sarà impegnato in un minitour di quattro tappe in Italia per la Giornata Mondiale del Rifugiato.


Featured Posts
Recent Posts